8 AGOSTO 1956, UNA SOLA PAROLA: INFERNO

Un incendio, in un pozzo di carbon fossile di Bois du Cazier, fu la causa della morte di 262 persone, 136 italiani. “Molti di loro – scrisse Bragantin sul Lavoro – avevano lottato nei loro villaggi e nelle loro fabbriche prima di rassegnarsi a emigrare”

Mercoledì 13 luglio Susanna Camusso sarà a Marcinelle, in Belgio, per partecipare alla tavola rotonda “L’Europa del lavoro e dei diritti. Strategie per la protezione di tutti i lavoratori”, promossa dall’Inca in occasione dei 60 anni dalla tragedia. I lavori cominceranno alle ore 10, presso il sito Bois Du Cazier. Alle ore 12,30 il segretario generale della Cgil si recherà al monumento ai caduti di Marcinelle, dove è in programma una cerimonia di omaggio alle vittime.

A causa di un errore umano, l’8 agosto 1956, il Belgio viene scosso da una tragedia senza precedenti. Un incendio, scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile di Bois du Cazier, causa la morte di 262 persone di dodici diverse nazionalità: 136 i minatori italiani. “Una sola parola: inferno”, titolerà Gianluigi Bragantin (1) sulle pagine di Lavoro – l’allora settimanale della Cgil – del 26 agosto 1956 (n. 33-34): “Ho parlato con quelli di Marcinelle – scrive Bragantin –, sono entrato nelle loro baracche, ho conosciuto le loro mogli e i loro bambini, che giocano ‘ai minatori’, con i detriti di carbone che marciscono al pallido sole del Belgio. Eravamo in primavera, la primavera di questo anno, appena usciti da un inverno particolarmente duro in Fiandra, nel Borinage, nel Centre, per uomini abituati al sole delle nostre regioni meridionali”.

“Sopratutto i bambini – continua il racconto di Bragantin – ne avevano sofferto, sempre chiusi nelle sordide baracche di legno: avevano imparato parole polacche, tedesche, greche, francesi, fiamminghe, spagnole e parlavano quello strano idioma degli emigranti, che non ha vocabolario né grammatica, ma che costituisce la lingua parlata della Legione Straniera del lavoro di stanza nel Belgio da parecchi decenni. La grande maggioranza dei minatori italiani di Marcinelle – come di Charleroi e di Mons, di Testre e della Louvière, di Limburgo e di Liegi – sono militanti dei partiti proletari e della Cgil. Molti di essi hanno strenuamente lottato in Italia, nei loro villaggi e nelle loro fabbriche, in difesa del lavoro, prima di rassegnarsi a emigrare. Era gente così quella che è rimasta sotto, questa volta, sepolta nella miniera di Amercoeur, straziata dalle frane, divorata dalle fiamme, soffocata dal fumo e dai gas, votata a una morte fra le più orribili che mente umana possa concepire”.

Non esistono parole capaci di esprimere pienamente l’orrore per quanto avvenuto 60 anni fa a Marcinelle, per quanto avveniva ogni giorno nelle miniere del Belgio. “Perché questo è il problema – scrive ancora sulle pagine di Lavoro Bragantin –: quello che avviene ogni giorno in quasi tutte le miniere del Belgio e non soltanto quello che è avvenuto a Marcinelle. Le attrezzature nelle miniere del Belgio meridionale sono arretrate di mezzo secolo almeno, sono le più arretrate del mondo. Su queste miniere esiste tutta una letteratura, che contiene pagine allucinanti. Bisognerebbe leggerle e rileggerle, queste pagine, farle conoscere a tutti gli italiani. Sono pagine scritte da belgi, da tedeschi, da francesi. E da studiosi, da tecnici, da operai, da preti, da sindacalisti di tutte le tendenze. Tutti sono d’accordo che una sola parola può rendere l’idea di quello che succede là sotto: enfer, inferno. Uomini spesso privi di qualsiasi addestramento professionale vengono buttati in una fornace arroventata a 45-50 gradi, costretti a scavare alcune tonnellate di carbone al giorno per raggiungere il minimo della norma e portarsi a casa un salario con cui sfamare la famiglia. Il sistema salariale è basato sul cottimo individuale. ‘Passate le prime settimane di incertezze e di paura – mi diceva un minatore di Marcinelle – ci si butta anima e corpo per raggiungere ad ogni costo le medie più alte. Meglio rischiare tutto e mettere da parte un po’ di soldi in poco tempo piuttosto che languire qui tutta la vita. Se non muori sotto una frana puoi sempre sperare di tornare in Italia senza tubercolosi e senza la silicosi”.

“Dopo la sciagura – prosegue il racconto di Bragantin –, la direzione della miniera di Amercoeur cercava tute di amianto, lanciava messaggi radio per averne qualcuna. Questa è la situazione; le squadre di soccorso non potevano scendere perché non avevano le tute di amianto, un elemento indispensabile, primordiale, nell’attrezzatura di una miniera che impiega tremila lavoratori. A perforare un muretto di cemento ci vollero tre giorni. Squadre di specialisti venute della Francia e della Germania vennero rifiutate dai padroni di Marcinelle perché il loro impiego avrebbe denunciato ancor più crudamente la povertà e l’inadeguatezza delle attrezzature di emergenza esistenti sul luogo. Si è cercato perfino di nascondere la verità, di calare delle bare nei pozzi senza avvertire i familiari delle vittime e portar via clandestinamente i cadaveri, mentre si nutrivano speranze di un ‘imminente salvataggio’. E sotto, sepolti, c’erano operai belgi e italiani, polacchi e greci: tutti eguali di fronte al padrone della miné che non conosce che la legge del massimo profitto e il modo migliore per averla vinta contro i sindacati e nelle discussioni all’assemblea del Lussemburgo, quella Ceca, ove il suo carbone è pagato il doppio del valore effettivo”.

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Scrittori e giornalisti hanno descritto il paesaggio intorno a Charleroi, conclude Bragantin. “Pittori di grande fama lo hanno dipinto. Ma bisogna andarci per capirlo fino in fondo, nel respirarne il clima, per sentirne l’oppressione. I villaggi, le strade, i baraccamenti si susseguono uno accanto all’altro e diventa impossibile distinguerli l’uno dall’altro. D’inverno le strade gelano, sono avvolte da impenetrabili brume, la neve si sporca di carbone: e minatori passano dai 45 gradi sottoterra ai 35 sotto zero alla superficie. La strada sulla quale cammini è della miniera, la casa che abiti della miniera, dei padroni della miniera è lo spaccio, il piccolo cinema, la ferrovia, il pullman, il terreno da costruzione, i mobili, i letti, il bar, la birra che bevi, il pane che mangi. Tutto è del patron. Se manchi un giorno dal lavoro l’affitto del mese ti viene conteggiato al 50% in più; se manchi due giorni ti viene raddoppiato. Se perdi una pala sotto una frana la devi pagare sulla quindicina, se non capisci l’ordine di un chef che parla in dialetto fiammingo prendi una multa che va a finire alla congregazione religiosa del luogo. Contro tutto questo lottavano i minatori morti a Marcinelle. Contro tutto questo continueranno a lottare i loro compagni”.

(1) Nel 1958 Gianluigi Bragantin, responsabile della sezione stampa e propaganda della Cgil, sostituirà Gianni Toti alla direzione di Lavoro: “Cari compagni – si legge in una nota della segreteria confederale Cgil dell’8 luglio 1958 –, come sapete Gianni Toti è passato ad altro incarico nel campo del giornalismo democratico. La segreteria confederale lo ha ringraziato per l’opera svolta durante parecchi anni quale direttore di Lavoro. In attesa di dare una soluzione definitiva al problema della nuova direzione del nostro giornale, la segreteria confederale ha incaricato il compagno Gianluigi Bragantin di dirigere, in qualità di responsabile della sezione stampa e propaganda della Cgil, il lavoro della redazione del settimanale”

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Da Rassegna.it

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