“Meditate, che questo è stato”

Il 16 ottobre 1943, 1024 ebrei vengono deportati dal Ghetto di Roma verso il campo di concentramento di Auschwitz. Alle 5 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano più di mille persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo 18 vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Solo 15 uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia.

Scrive Marco Impagliazzo nell’introduzione al volume da lui curato La resistenza silenziosa, leggi razziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma (Guerini e associati, 1997): «Accadono a Roma cose incredibili: stamani gruppi di fascisti, dicono insieme a qualche militare tedesco, hanno preso degli ebrei di ogni età e sesso e li hanno portati non si sa dove. Il fatto è certo, le modalità no. Continuano le requisizioni più o meno legalizzate dalle superiori autorità germaniche di tutto quanto possono afferrare, tutte le botteghe, o quasi, sono state svaligiate in questo modo, anche alcune farmacie. E un vero saccheggio!». Così scrive nel suo diario (tuttora inedito), all’alba del 16 ottobre 1943, un ebreo romano, ufficiale delle Regie Forze Armate, poche ore prima di essere catturato nella sua confortevole casa in un quartiere residenziale e avviato verso il campo di sterminio di Auschwitz”.

Il libro raccoglie nove storie di ebrei romani raccontate da loro stessi molti anni dopo. Sul “sabato nero” di Roma raccontano alcuni intervistati: “La sera del 15 ottobre 1943 era lo Shabbat della festa delle capanne, in cui si fa memoria dell’Esodo dall’Egitto – ricorda Davide (ndr. i nomi contenuti nel volume sono tutti di fantasia), classe 1932 – Mio padre ci portò tutti all’Isola. In fretta salimmo le scale a chiocciola che portavano all’ultimo piano ed entrammo ordinatamente nella piccola sala. Con mio padre e i miei fratelli ci sedemmo sulla destra, mentre la mamma, con alcune amiche, si mise a sinistra, dietro la grata del matroneo. Non eravamo molti, ma si coglieva l’intensità della preghiera. Tutti erano attenti e seguivano il canto sommesso del rabbino. Guardavo attentamente mio padre e cercavo di imitarne i gesti. Finita la preghiera tornammo a casa passando per ponte Quattro Capi. Era una serata piuttosto fresca, e il ponentino ci spinse a rientrare in fretta nel caldo delle mura di casa. Con noi c’era anche nostro zio, quello di piazzale Clodio; si era fatto tardi, e non era prudente girare per strada a quell’ora. La mamma ci aveva da poco messi a letto quando fummo svegliati di soprassalto da spari che provenivano da ogni direzione. Mio padre corse a chiudere gli scuri e a mettere il chiavistello alla porta. Aspettammo l’alba senza chiudere occhio. La mattina presto arrivarono i tedeschi. Sentimmo il rumore dei camion e i comandi urlati dagli ufficiali. Un tedesco bussò alla nostra porta e chiese di mio padre chiamandolo per nome e cognome. Aprì mio zio, che prontamente mostrò i propri documenti, che non corrispondevano al nome indicato dal tedesco. Nel frattempo erano arrivate altre SS e si erano messe a discutere tra loro. Fecero cenno di aspettare e scesero a verificare gli elenchi. Subito mio padre e mio zio ci fecero uscire in strada, vestiti con gli abiti migliori, senza valigie e senza prendere nulla, per non destare sospetti. Attraversammo così, come uomini invisibili, i vicoli del ghetto: piazza Cairoli, via dei Giubbonari, ponte Sisto… Proprio sul ponte mio zio si ricordò che la superiora del convento di Santa Rufina, a via della Lungaretta, era cliente della sua merceria e forse ci avrebbe ospitati per qualche tempo. Il convento si trova a Trastevere. La superiora fu gentile, ma ci disse che la casa, in quel periodo, ospitava alcune giovani studentesse, e, quindi, per la sicurezza di tutti, avrebbe potuto accogliere solo mia madre con i bambini più piccoli: la presenza degli uomini avrebbe destato troppi sospetti. Mio fratello e io, che avevamo meno di quindici anni, restammo con mia madre, mentre mio padre, mio zio e mio fratello maggiore trovarono rifugio a casa di un conoscente a San Paolo alla Regola. Ci nascondemmo per circa nove mesi. Papà fu catturato per colpa di una spiata. Il 22 febbraio 1944 venne deportato in Germania, dove morì circa un anno dopo, durante una delle tante marce della morte, fucilato in mezzo alla neve alta due metri” (dal volume di Impagliazzo M., pp. 28-29).

“La schiavitù arrivò anche per noi – si legge in una intervista senza nome – Il nuovo faraone si chiamava Mussolini. Nel 1938 emanò le leggi che ci discriminarono. Eravamo considerati uomini di razza inferiore. Molti ebrei furono costretti ai lavori forzati lungo gli argini del Tevere e molti altri persero il lavoro […] Il 16 ottobre 1943 ci svegliammo con i tedeschi alle porte che volevano portarci via. Per tutta la notte precedente c’erano stati tanti spari che ci eravamo detti: «Ecco, stanno distruggendo il Tempio!». In realtà era tutta una messinscena per costringere la gente a restare chiusa in casa. I tedeschi arrivarono dalla parte del teatro Marcello e si fermarono con le macchine e i camion vicino al tempio. In casa eravamo in otto e fummo avvertiti da una vicina. Pensavamo che i nazisti fossero venuti a prendere gli uomini, e quindi li facemmo scappare dal tetto. Poi ci accorgemmo che portavano via famiglie intere, e scappammo tutti. Quelle furie continuavano a spingere uomini, donne e bambini sui camion e chi di noi poteva provava a mettersi in salvo. La gente che passava e ci vedeva diceva: «Questi so’ giudii che scappano». Al termine della razzia deportarono ad Auschwitz oltre mille ebrei. Io mi salvai perché riuscii a scappare per strada e mentre cercavo un luogo per nascondermi un prete mi prese sottobraccio e mi condusse nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, alle porte del ghetto. Per nove mesi fui ospitata in quel luogo insieme ad altri ebrei. Alcuni fedeli della chiesa e altri cattolici vennero a portarci il cibo. Mio padre invece non si salvò. Fu catturato dai tedeschi il 21 aprile 1944 e condotto in uno dei campi della morte con l’ultimo convoglio che partì a maggio” (dal volume di Impagliazzo M., pp. 51-53).

“Senza le leggi razziali forse avrei potuto insegnare all’Università, chissà”, si domanda Susanna Di Lecce; mentre ricorda Settimio Pontecorvo: “Non ero stato preso il 16 ottobre, ma più tardi, nel gennaio del 1944. Il «sabato nero», il giorno della grande razzia, ero riuscito a scappare. Quella notte, i tedeschi avevano sparato a lungo nelle vicinanze del ghetto, per stancarci e convincerci a non uscire di casa. Intorno alle cinque e mezzo del mattino avevano circondato la zona del Portico d’Ottavia ed erano entrati. Il ghetto è un dedalo di minuscoli vicoli, non troppo esteso. A via della Reginella, dove abitavo, le case erano un po’ tutte comunicanti. Quando sentii arrivare i soldati scavalcai la finestra che affaccia sul cortile interno, mi infilai in un passaggio che porta alle cantine del palazzo adiacente e mi nascosi là. I tedeschi portarono via tutti quelli che trovarono in casa, compresi vecchi e bambini. Anche mia cognata, che era incinta di sette mesi e non poteva muoversi, fu presa con tutta la famiglia. Con papà e mamma resistemmo in quello scantinato per due mesi, uscendo presto la mattina per trovare da mangiare, finché un giorno, alla stazione Termini, fui fermato da tre fascisti in borghese e condotto al commissariato dell’Esquilino […] Poi la mattina del 4 gennaio, con altre 480 persone, fui trasferito alla stazione Tiburtina e caricato nei vagoni piombati. Il Viaggio durò due giorni, fino a Dachau. Da lì, a Mauthausen. Ci scortavano agenti italiani, ai quali chiedemmo di farci scappare. Avremmo simulato una fuga, fingendo di colpirli, ma non ci fu niente da fare. Eppure sapevano bene dove ci stavano portando… Giungemmo a Mauthausen l’undici gennaio. Si fece l’appello e gli ebrei vennero subito divisi dagli altri. Ci ritrovammo in undici davanti a un ufficiale delle SS, un gigante, che iniziò a interrogarci in tedesco. Poiché nessuno capiva nulla, né sapeva cosa rispondere, l’ufficiale cominciò a picchiarci uno alla volta e, dopo l’ultimo della fila, ricominciò da me, e così per cinque volte. Alla fine non ci riconoscevamo più l’uno con l’altro. Ci portarono a fare la doccia, ci diedero la divisa con il numeretto e ci condussero al blocco numero 5, quello degli ebrei” (dal volume di Impagliazzo M., pp. 97, 112-113).

Da Rassegna.it

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