L’occupazione femminile come volano per la natalità

15/12/2016 – Allineare i tassi di occupazione femminile attraverso la promozione di una legislazione paritaria si configura come una delle condizioni economico-sociali per lo sviluppo demografico odierno.

Secondo l’Istat, tra il 2008 e il 2015, si è registrato un record negativo delle nascite in Italia: la popolazione, a fronte di una mortalità stazionaria, è diminuita, infatti, di 139 mila unità, facendo registrare, altresì, un tasso medio di fecondità pari solo all’ 1,37 figli per donna[1]. 

Le cause alla base di tale fenomeno sono molteplici. Le stentate politiche di sostegno familiare e occupazionale, insieme al perdurare degli stereotipi, vanno a influenzare e a comprimere, inequivocabilmente, le scelte riproduttive delle giovani coppie, modificando e rinviando i progetti di fecondità[2]. A ciò si aggiunga il forte impatto dell’attuale crisi economica soprattutto sulle persone più giovani, sulla loro entrata nel mercato del lavoro e sulle condizioni di lavoro. Sono diversi gli studi che indicano come, per le giovani coppie, la stabilità sia un requisito considerato necessario per mettere al mondo un figlio così come la solidità economica, che soprattutto tra i più giovani è legata al doppio reddito. Inoltre, in un mercato del lavoro ostile alla maternità, e in presenza di un welfare inadeguato, sono soprattutto le donne che rallentano le scelte riproduttive, che vogliono proteggere il proprio lavoro, salvaguardare le proprie aspettative professionali e il loro investimento in istruzione. Il lavoro delle donne è una componente essenziale per l’equilibrio economico familiare e le misure a vantaggio dello stesso favorirebbero la ripresa demografica[3].

I paesi in cui c’è un saldo demografico positivo ci parlano di una relazione positiva tra figli e occupazione femminile: si guardi alla Francia, che abbiamo già citato a proposito di pari opportunità in aziendaQuest’ultima, non a caso, con il 2,01 figli per donna registra un tasso medio di natalità tra i più alti d’Europa. 

Con l’emanazione delle ultime normative, il legislatore francese ha deciso di sostenere l’occupazione femminile mediante la destinazione del 3% del Prodotto interno lordo ai servizi per l’infanzia.[4] Inoltre è stato isituito un assegno di base mensile per le madriche scelgono un congedo di maternità di un anno, oltre a un “premio alla nascita” pari a 923,08 euro. A ciò si aggiungano le prestazioni integrative della custodia dei bambini di età inferiore a 6 anni erogate alle coppie o alla persona alle cui dipendenze dirette lavora un’assistente materna abilitata o una baby-sitter a domicilio. Diverse poi, sono le agevolazioni e i vantaggi previsti per le famiglie numerose nell’utilizzo dei servizi essenziali: sconti su treni, metropolitane, bus. Il “trucco” del successo francese è da rinvenire anche nella predisposizione di politiche di assistenza economica a tutti i tipi di famiglia, indipendentemente dal fatto che i genitori siano sposati o conviventi. Così procedendo le nuove generazioni affrontano il fare famiglia e l’avere dei figli in modo meno rigido e preordinato, delineando un regime demografico nuovo, in continua crescita. La Francia riconosce alla presenza femminile nel mercato del lavoro un ruolo strategico nel favorire lo sviluppo della società[5].

Per vincere la sfida, il nostro paese deve impegnarsi a concretizzare il rapporto osmotico tra occupazione femminile e nuove nascite, grazie a misure concrete come quelle francesi, ma anche mediante la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e politica[6]. A tal riguardo, l’Italia è stata oggetto di una campagna promozionale incentrata sul tema della fertilità promossa dal Ministero della salute. Le polemiche che ne sono scaturite evidenziano come il cambio di rotta dovrebbe derivare da sinergie politico-sociali volte alla rimozione di quei vincoli e di quelle costrizioni che i giovani, e specialmente le donne giovani, incontrano sul mercato del lavoro e mantengono la riproduttività inferiore a quella desiderata.

L’attuale esempio francese potrebbe costituire per l’Italia l’occasione per una grande mobilitazione cognitiva e d’esperienza: emulare questo modello economico significherebbe contribuire allo sviluppo di una società sensibile ai progetti e ai desideri tanto della collettività quanto degli individui che la compongono.

[1] FeconditàIstat, 2016 

[2] Ferrera M., Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia, Mondadori, 2008

[3] Livi Bacci M.(a cura di), I Cambiamenti demografici e sociali in Trasformazioni del lavoro in ItaliaCnel

[4] Guillot F., Perché i francesi fanno più figli di tutti, Il Post, 17 marzo 2016

[5] Solesin V., Una comparazione tra Francia e Italia sui ruoli di genere e l’attività professionale, in Atti del terzo Convegno Nazionale del Centro di Studi Interdisciplinare di Genere, Trento 21 e 22 febbraio 2014

[6] Rosina A., La popolazione italiana è ufficialmente in calo. Dobbiamo preoccuparcene?, Neodemos, 14 giugno 2016

Da Ingenere.it

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