Agostino Marianetti, dalla fabbrica al Parlamento

È scomparso il 21 gennaio di un anno fa, a Roma Agostino Marianetti. Aveva 75 anni ed era malato da tempo. Con lui si è spenta una vita interamente segnata dall’impegno nel sindacato (dalla fabbrica alla segreteria generale Cgil), nella politica (dalla Federazione giovanile socialista al comitato esecutivo nazionale del partito di Craxi), nelle istituzioni elettive (dal Comune di Colleferro a quello di Roma, al Parlamento).

La scomparsa di Marianetti

Operaio figlio di operai (Lorenzo, il padre socialista, che lavorava alla Bombrini Parodi Delfino di Colleferro, venne licenziato per aver occupato la fabbrica con altri lavoratori negli anni cinquanta), Agostino (per gli amici Dino) nasce a Tripoli il 2 maggio 1940. Racconta lui stesso: “La mia era una famiglia socialista. Mio padre fu licenziato nel 1950 in seguito all’occupazione della fabbrica e la nostra famiglia venne a trovarsi in una situazione difficile. Con quattro figli era dura andare avanti. Abbiamo sofferto la fame vera e mia madre si mise a vendere la cicoria al mercato”.

Quando Dino entra in fabbrica, a sedici anni, diviene “l’unico sostentamento della famiglia”. “Per questo la mia decisione di andare alla Fiom e di trasferirmi a Roma preoccupò non poco i miei genitori, soprattutto la mamma. Ero ancora ragazzo e poi la situazione del sindacato non era certo florida. Ricordo che con Franco D’Onofrio facevamo il giro – a volte in motocicletta a volte con una giardinetta – di tutte le piccole fabbriche romane per riscuotere il pagamento dei bollini del tesseramento in modo da poter prendere un acconto sullo stipendio” (Un giorno e una vita, Roma 6 luglio 1960, di Giuseppe Sircana, Ediesse 2011).

Nel 1964 è nel mirino dei golpisti del “Piano Solo” e il suo nome compare nella lista degli enucleandi in caso di colpo di Stato. Consigliere comunale a Roma dal 1966 al 1969 (anno in cui entra a far parte del comitato direttivo nazionale della Cgil), ricopre anche la carica di segretario della Fiom romana e, sempre nella capitale, della Camera del lavoro.

Tambroni, Franco e la foresteria di via Cavour di G. Sircana

Nel 1971 viene  proposto alla segreteria confederale (LEGGI IL VERBALE), mentre tre anni più tardi la stessa segreteria accoglie la proposta della Federbraccianti e della Federmezzadri di designare Marianetti a presidente dell’Ifata (Istituto per la formazione professionale e l’assistenza tecnica in agricoltura). Nel 1975 è nominato segretario nazionale della Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil e nel 1977, al congresso della Cgil di Rimini, viene eletto segretario generale aggiunto di Luciano Lama (L’INTERVENTO AL CONGRESSO), carica che manterrà fino al 1983, quando sarà eletto deputato per il Psi, secondo nel collegio di Roma dietro Craxi (sarà rieletto alla Camera nel 1987 e nel 1992).

Dirà a proposito di Lama: “Ho avuto un rapporto speciale, una sintonia personale e politica con Luciano Lama. Luciano dimostrava un’ampia apertura riformista e non avrebbe disdegnato l’ipotesi di unità socialista” (Un giorno e una vita, Roma 6 luglio 1960, Ediesse 2011). Eletto segretario generale aggiunto, Marianetti si trova subito impegnato, primo fra i socialisti della confederazione, ad affrontare una situazione difficile per l’Italia e per il sindacato: il rapimento (e poi l’uccisione) di Aldo Moro.

Il 18 aprile, XXX anniversario della vittoria democristiana nelle elezioni del 1948, trentaquattresimo giorno del rapimento Moro, arriva quello che poi sarà definito il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, il cui contenuto dà per avvenuto l’assassinio di Moro e indica il luogo dove ricercarne il corpo. La segreteria Cgil è riunita in corso d’Italia. La riunione, convocata di concerto con le segreterie del sindacato scuola, della Fiom, della Federbraccianti, della Federazione enti locali e ospedalieri e degli enti statali per avviare una riflessione in preparazione del convegno unitario per il diritto allo studio che si terrà a Montecatini il 3-4-5 maggio, viene sospesa non appena si riceve la notizia.

Due giorni dopo, il 20 aprile, alla redazione di La Repubblica arriva il vero comunicato n. 7: è il comunicato dell’ultimatum: “Scambio di prigionieri o lo uccidiamo”.  Il giorno seguente la segreteria confederale si riunisce in via straordinaria per valutare gli ultimi sviluppi della vicenda: di fronte all’attacco delle Br non c’è nessun segno di cedimento – e così sarà per tutto il sindacato sino all’epilogo, tragico, del 9 maggio –. Ma sulla risposta all’ultimatum una posizione comune non arriva.

“Non si tratta di difendere il concetto hegeliano di Stato ma la democrazia e i valori conquistati finora”, dice Lama, cui fa eco Garavini: “I riflessi di una trattativa sarebbero devastanti, la massa di qualunquismo crescerebbe e inquinerebbe anche noi. L’opinione pubblica penserà che lo Stato che non riesce a difendere i magistrati, gli avvocati, i poliziotti, si mobilita solo per Moro. Quindi la possibilità di spostamenti a destra, di indirizzo autoritario”.

Argomentazioni alle quali il socialista Marianetti oppone un giudizio differente: “Il punto di partenza è l’unanimità contro il terrorismo e le Br. Lo sviluppo della situazione ha messo in discussione alcune questioni: la fermezza dello Stato di diritto e il valore della vita […] Non condivido il principio in assoluto che lo Stato non tratta […]”. (LEGGI IL VERBALE).

Ilaria Romeo è responsabile dell’Archivio storico Cgil nazionale

Da Rassegna.it

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